Caporalato nella Sibaritide, dagli atti emerge il sistema degli “alloggi-ghetto”
Case sovraffollate e prive di servizi essenziali al centro della ricostruzione investigativa dell’operazione “Master”

Nuovi dettagli sull’inchiesta “Master” emergono dagli atti dell’indagine sul presunto sistema di caporalato nella Piana di Sibari. La ricostruzione riguarda in particolare alcuni immobili utilizzati, secondo l’accusa, per ospitare numerosi braccianti in condizioni degradate tra Cassano all’Ionio e la località Doria. L’aggiornamento è stato pubblicato l’8 settembre 2026, mentre l’operazione era scattata il 2 settembre con venti fermi eseguiti dai Carabinieri per la Tutela del Lavoro su delega della Dda di Catanzaro.
Le condizioni degli immobili
Secondo quanto ricostruito negli atti, alcuni lavoratori sarebbero stati sistemati in abitazioni fortemente sovraffollate, con materassi condivisi e condizioni igienico-abitative precarie. In alcune strutture sarebbero mancati servizi essenziali, mentre in altri casi le condizioni dell’alloggio sarebbero state utilizzate come strumento di pressione nei confronti dei lavoratori.
L’ipotesi investigativa è che gli immobili non costituissero soltanto una soluzione abitativa di emergenza, ma fossero inseriti nel presunto sistema di sfruttamento. Ai braccianti sarebbero state richieste somme per l’alloggio e, secondo l’accusa, la possibilità di perdere la sistemazione avrebbe rappresentato una forma ulteriore di controllo.
L’inchiesta e le garanzie
L’operazione “Master” riguarda presunte attività di intermediazione illecita e sfruttamento lavorativo nella Sibaritide. Il decreto di fermo del 2 settembre ha interessato venti persone, con contestazioni che comprendono, a vario titolo, associazione per delinquere, sfruttamento del lavoro, riduzione in schiavitù, estorsione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Negli atti vengono inoltre citati proprietari di alcuni immobili. Tra questi compare anche una persona che in passato aveva ricoperto un incarico amministrativo locale. La circostanza, da sola, non equivale a un’accusa né a una responsabilità penale e va mantenuta distinta dalle posizioni degli indagati destinatari dei provvedimenti cautelari.
L’inchiesta è in corso. Le contestazioni dovranno essere verificate nelle successive fasi del procedimento e tutte le persone coinvolte devono essere considerate innocenti fino a eventuale sentenza definitiva.
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Redazione 4


