Via Allegri crolla dopo il flop mondiale: Gravina si dimette, Buffon lascia e il calcio italiano si ritrova nudo
Dopo l’eliminazione dal Mondiale, Gabriele Gravina si dimette dalla Figc e con lui lascia anche Gianluigi Buffon. Il 22 giugno si voterà il nuovo presidente federale.
Non è una semplice crisi federale. È il momento in cui il calcio italiano prende atto del fallimento e smette di rimandare. Le dimissioni di Gabriele Gravina, arrivate oggi dopo il nuovo trauma della mancata qualificazione mondiale, segnano la fine di una stagione lunga otto anni e aprono una fase di vuoto, scontro e rifondazione. Il fatto che insieme a lui lasci anche Gianluigi Buffon rende il quadro ancora più simbolico: cade non solo una guida amministrativa, ma un intero pezzo di rappresentazione del sistema azzurro. L’uscita di scena arriva dopo la terza eliminazione consecutiva dal Mondiale, un colpo che ha reso impossibile ogni tentativo di gestione attendista. Il vertice con tutte le componenti del calcio italiano aveva un esito nell’aria già da ore, ma la sua formalizzazione cambia completamente il clima: il problema non è più se cambiare, ma chi prenderà in mano una macchina sportiva che ha smesso di produrre risultati all’altezza della propria storia. Gravina ha annunciato oggi le proprie dimissioni al termine dell’incontro in Figc. Le elezioni per il nuovo presidente sono state fissate per il 22 giugno. L’ormai ex numero uno federale ha spiegato di essere amareggiato ma convinto della scelta. Nello stesso terremoto istituzionale ha lasciato anche Buffon, capo delegazione della Nazionale. Il quadro che emerge è quello di una rottura netta, maturata sotto il peso della sconfitta in Bosnia e dell’ennesimo fallimento iridato. Ora il calcio italiano entra in una fase molto più pericolosa di quella delle dimissioni: quella delle decisioni. Servirà scegliere una guida, un progetto e soprattutto una direzione credibile per il sistema. Senza una risposta strutturale, cambiare i nomi servirà a poco. La notizia interessa i cittadini calabresi perché il calcio continua a essere uno dei linguaggi più forti del Paese, e quando la sua struttura centrale implode ne risentono vivai, dilettantismo, investimenti e fiducia anche nei territori più periferici. La crisi della Figc non è solo romana: è una frattura nazionale che tocca anche chi prova a costruire calcio serio lontano dai grandi centri.
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Redazione 2

