Argentina, il “Nunca Más” senza lo Stato: a 50 anni dal golpe la memoria torna campo di battaglia
Buenos Aires si prepara a ricordare mezzo secolo dall’inizio della dittatura più feroce del Paese, ma il governo sceglie ancora una volta la distanza. Intanto la società civile, le famiglie delle vittime e perfino la Chiesa insistono: la memoria non si può smontare con un taglio di bilancio.

Ci sono anniversari che non appartengono solo alla storia, ma al presente politico di un Paese. In Argentina, il cinquantesimo anno dall’inizio della dittatura militare non arriva come una semplice ricorrenza: arriva come un test sulla memoria collettiva, sul ruolo delle istituzioni e sul modo in cui una nazione decide di raccontare i propri traumi più profondi. Il 24 marzo del 1976 segnò l’inizio della stagione più feroce del terrorismo di Stato argentino. Da allora, la parola “Nunca Más” è diventata non solo un motto morale, ma una linea di confine tra memoria e rimozione. Oggi però quella linea torna contestata. La disputa non è più soltanto tra interpretazioni storiche: è entrata apertamente nel perimetro dello Stato, con un governo che sceglie di non accompagnare ufficialmente la commemorazione. Per il cinquantesimo anniversario non risultano attività ufficiali nella agenda della Casa Rosada. Secondo quanto emerso, verrà diffuso un contenuto istituzionale incentrato sulla necessità di una “memoria completa”, includendo anche i crimini delle guerriglie. Nel frattempo, organizzazioni per i diritti umani denunciano che i tagli alla spesa hanno colpito istituzioni considerate essenziali per la memoria e la giustizia, tra cui la Banca nazionale dei dati genetici, l’unità speciale d’indagine sui crimini della dittatura e lo Spazio per la Memoria dell’Esma. Eppure, secondo un recente sondaggio, il 71% degli argentini mantiene un’immagine negativa del governo militare. Restano inoltre numeri impressionanti: oltre 800 centri clandestini identificati, circa 1.400 corpi recuperati, più di 400 neonati nati in detenzione e dati illegalmente in adozione, dei quali solo 140 sono stati finora identificati e restituiti alle famiglie. Anche la Conferenza episcopale è intervenuta con un richiamo netto al “Mai più”. Il cuore della vicenda è politico: la memoria, in Argentina, non è un capitolo chiuso ma un terreno vivo di scontro. Ridurre fondi, cambiare il racconto pubblico o depotenziarne i luoghi simbolici significa influire direttamente sulla democrazia presente, non soltanto sulla narrazione del passato. Per i cittadini calabresi questa notizia interessa perché parla di un tema che supera i confini: il rapporto tra verità, istituzioni e memoria delle ferite collettive. In ogni società, anche lontano dall’Argentina, il modo in cui si custodiscono i traumi del passato dice molto sulla qualità del presente. E quando la memoria diventa una battaglia politica, il rischio non è solo dimenticare: è abituarsi a riscrivere ciò che non dovrebbe più accadere.
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Redazione 2

