“Chi non salta è musulmano”: la notte dei cori vergognosi scuote la Spagna e porta il calcio davanti allo specchio
Dopo l’amichevole tra Spagna ed Egitto esplode il caso dei cori islamofobi dagli spalti. Lamine Yamal prende posizione, la polizia catalana apre un’indagine e si muove anche la FIFA: il calcio europeo torna a fare i conti con il suo lato più tossico.
A volte il risultato sparisce e resta solo il rumore peggiore. È quello che è successo dopo Spagna-Egitto, finita 0-0 ma travolta da un caso che va ben oltre il campo. I cori islamofobi partiti dagli spalti hanno trasformato una semplice amichevole in una vicenda sportiva, civile e politica. E il fatto che a guidare la risposta sia stato uno dei volti più forti del calcio europeo, Lamine Yamal, rende tutto ancora più pesante. Non siamo davanti a un episodio laterale: siamo davanti a un calcio che viene costretto a guardarsi allo specchio. L’episodio è maturato allo stadio di Cornellà durante l’amichevole tra la nazionale spagnola e quella egiziana. Secondo quanto ricostruito, dagli spalti si è alzato il coro “chi non salta è musulmano”, già sufficiente da solo a riaprire il tema dell’islamofobia nel calcio spagnolo. La vicenda si inserisce in un contesto che da anni vede la Spagna sotto osservazione internazionale per cori razzisti e discriminatori rivolti a giocatori e gruppi etnici o religiosi. Yamal, che è musulmano, ha reagito pubblicamente spiegando che, anche se il coro non era diretto personalmente contro di lui, deridere una religione resta qualcosa di intollerabile. I Mossos d’Esquadra hanno aperto un’inchiesta penale per reati d’odio e un altro procedimento sul piano amministrativo. In parallelo si è mossa anche la FIFA, che ha avviato un procedimento disciplinare: la Spagna rischia sanzioni economiche e almeno una partita a porte chiuse. Sul caso sono intervenuti anche il ct Luis de la Fuente, con una condanna netta dei cori, e rappresentanti del governo spagnolo, che hanno parlato apertamente di vergogna e xenofobia. Il caso arriva in un momento delicatissimo per l’immagine del calcio spagnolo. Non pesa solo per la gravità del gesto, ma anche perché riaccende interrogativi sulla credibilità del sistema nel prevenire e punire episodi discriminatori. Quando si aprono insieme il fronte penale, quello amministrativo e quello sportivo internazionale, significa che il problema ha già superato il perimetro dello stadio. La notizia interessa i cittadini calabresi perché gli stadi non sono mondi separati dalla società. Sono luoghi in cui passano linguaggi, modelli culturali e limiti civili di un Paese e di un continente. Quando il calcio diventa teatro di insulti religiosi, il tema non riguarda solo la Spagna: riguarda anche il modo in cui in Italia, e quindi anche in Calabria, si educano tifoserie, giovani e comunità sportive al rispetto delle differenze.
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Redazione 2

