Hormuz nel mirino della vendetta: il passaggio più fragile del mondo torna a tremare
Dal fronte iraniano arriva una linea durissima: vendetta e pressione sullo Stretto di Hormuz. Intanto milioni di persone risultano sfollate e il rischio sistemico cresce di ora in ora.

Ci sono luoghi che contano più della loro estensione geografica. Hormuz è uno di questi. Basta che il suo nome rientri nei messaggi politici e militari perché il mondo intero si rimetta a fare i conti con la paura di uno choc energetico. E oggi quel timore è tornato in primo piano. Lo stretto è il collo di bottiglia del traffico energetico globale. Ogni minaccia che lo riguarda non parla solo di guerra, ma di petrolio, gas, trasporti e inflazione. La crisi in corso ha già aperto una fase di massima allerta e il rischio è che il conflitto esca definitivamente dai confini del teatro militare per entrare nell’economia mondiale. Nel quadro degli sviluppi di oggi, il fronte iraniano ha rilanciato toni di vendetta e il tema di Hormuz è tornato al centro della scena. Parallelamente, le Nazioni Unite stimano in circa tre milioni gli sfollati in Iran, segno che il conflitto sta producendo effetti umanitari enormi oltre a quelli militari. Il doppio binario — crisi umana e minaccia strategica — rende il momento particolarmente grave. Se Hormuz dovesse essere davvero compromesso, l’impatto sarebbe immediato su approvvigionamenti, mercati e trasporti. La portata della minaccia è tale da trasformare una crisi regionale in una questione che coinvolge direttamente Europa, Stati Uniti e Mediterraneo. Per la Calabria il tema è molto concreto: i rincari energetici si traducono in costi per carburanti, merci, agricoltura e pesca. Quando Hormuz vacilla, il prezzo della distanza dal fronte si assottiglia fino quasi a sparire.
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Redazione 2

