I dazi di Trump non puniscono l’estero come promesso: il 95% del conto resta in casa americana
Una nuova analisi mostra che la maggior parte del costo dei dazi non viene assorbita dagli esportatori stranieri, ma da imprese e consumatori statunitensi. Il dato cambia il racconto politico della guerra commerciale e riporta al centro le sue vere ricadute economiche.

La guerra commerciale viene spesso raccontata come un’arma da puntare contro l’estero. Ma i numeri diffusi oggi dicono qualcosa di molto diverso: il costo più pesante dei dazi ricade soprattutto dentro gli Stati Uniti. È un dato che non riguarda solo la politica americana. Riguarda i mercati, le catene globali di fornitura e il modo in cui l’economia internazionale distribuisce davvero il peso delle scelte protezionistiche. Per mesi il discorso pubblico sui dazi ha insistito sull’idea che fossero uno strumento capace di colpire soprattutto gli esportatori stranieri. Ma le filiere globali non funzionano in modo così semplice. Quando si alzano barriere sui prodotti importati, il costo può spostarsi lungo la catena e finire sulle imprese che acquistano, trasformano, distribuiscono e vendono quei beni. Il risultato è che una misura pensata per difendere il mercato interno può trasformarsi in un boomerang per chi la introduce. Secondo l’analisi resa nota oggi dalla Banca centrale europea, solo il 5% dei costi aggiuntivi generati dai dazi viene assorbito dagli esportatori esteri, mentre il restante 95% grava su imprese e consumatori americani. Lo studio segnala inoltre che, dall’inizio del 2025, il tasso medio dei dazi negli Stati Uniti è salito dal 3% al 18,2% a novembre 2025. Nonostante questo, i prezzi delle merci importate al netto dei dazi sono leggermente diminuiti, mentre i volumi di importazione hanno registrato un calo significativo. La lettura economica è molto chiara: il protezionismo può ridurre gli scambi, alterare le catene di approvvigionamento e scaricare i costi sui soggetti che stanno a valle, cioè aziende e famiglie. L’analisi segnala anche che nel settore automobilistico le filiere si stanno riorganizzando, con gli Stati Uniti che si stanno spostando da Cina e Unione Europea verso Canada e Messico. È il segnale di un riassetto profondo, che può produrre effetti duraturi su investimenti, prezzi e strategie industriali globali. Per i cittadini calabresi questa notizia interessa perché le grandi tensioni commerciali internazionali finiscono sempre per riflettersi anche sui territori periferici: sui costi delle merci, sui margini delle imprese esportatrici, sull’inflazione importata e sulla competitività delle produzioni locali. Quando i dazi cambiano le regole del commercio globale, anche chi vive e lavora nel Sud Italia ne subisce prima o poi il contraccolpo.
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Redazione 2
