Il food italiano corre nel mondo, ma manca chi lo faccia vivere: 68mila posti senza risposta
L’export agroalimentare cresce del 4,3%, ma le imprese non trovano personale qualificato. Pastai, panettieri, pasticceri e gelatai sono tra le figure più difficili da reperire.

Il paradosso è tutto qui: il cibo italiano conquista i mercati esteri, ma dentro i laboratori, i forni e le imprese del settore iniziano a mancare le mani che dovrebbero reggerne la crescita. È una delle contraddizioni più forti emerse oggi dall’economia reale del Paese. L’agroalimentare è uno dei motori più resistenti del Made in Italy. Tiene insieme export, identità, turismo, artigianato e reputazione internazionale. Ma quando la domanda cresce più in fretta delle competenze disponibili, il rischio è che il successo commerciale si trasformi in un collo di bottiglia produttivo. I numeri diffusi oggi parlano chiaro: nel 2025 l’export del food made in Italy è cresciuto del 4,3%. Allo stesso tempo, però, su 176.450 figure professionali richieste dalle imprese del comparto, ben 68.160 sono risultate difficili da reperire. Le figure più cercate e più introvabili sono soprattutto quelle dell’artigianato alimentare: pastai, panettieri, pasticceri, gelatai e conservieri. È il segno di una filiera viva ma sotto pressione, dove il problema non è vendere, bensì riuscire a produrre con qualità e continuità. Se la carenza di competenze continuerà, il settore rischia di perdere slancio proprio mentre cresce la domanda globale. Il nodo, quindi, non è solo occupazionale: è strategico. Formazione, ricambio generazionale e valorizzazione dei mestieri artigiani diventano ora condizioni essenziali per non frenare una delle eccellenze italiane più forti. Per la Calabria questa notizia è particolarmente importante. Terra di prodotti identitari, laboratori, pasticceria, panificazione e trasformazione alimentare, la regione può sentire in pieno sia l’opportunità sia il rischio di questa tendenza.
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Redazione 2


