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BusinessMarch 24, 2026 • Mar 24

L’Italia scopre il suo punto debole: sei import strategici su dieci arrivano da Paesi a rischio

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Il nuovo quadro sulla competitività rivela una fragilità che pesa molto più dei singoli numeri: una larga quota dei prodotti strategici importati dall’Italia proviene da aree politicamente esposte. Il nodo non è astratto: riguarda industria, energia e tenuta delle filiere.

L’Italia scopre il suo punto debole: sei import strategici su dieci arrivano da Paesi a rischio

Le crisi internazionali sembrano lontane finché non entrano nei magazzini, nelle fabbriche e nei tempi di approvvigionamento. Il rapporto diffuso oggi mostra proprio questo: l’Italia resta fortemente esposta sul terreno delle forniture strategiche e dipende in larga parte da Paesi classificati a rischio politico medio o alto. Non è una vulnerabilità teorica, ma una fragilità che può incidere su interi settori produttivi. Negli ultimi anni l’economia globale ha insegnato una lezione dura: le catene del valore sono efficienti finché il mondo è stabile, ma diventano molto fragili quando si sommano guerre, dazi, crisi energetiche e tensioni geopolitiche. È in questo quadro che il tema dell’import strategico diventa centrale. Non si parla di merci qualsiasi, ma di beni scarsi, poco sostituibili e cruciali per la competitività del sistema industriale. Secondo il rapporto Istat sulla competitività dei settori produttivi, circa il 60% delle importazioni italiane di prodotti strategici proviene da Paesi a rischio politico “medio” o “alto”. L’analisi riguarda 317 prodotti che coprono circa un quinto dell’export nazionale. Nel triennio 2023-2025, la Cina è stata il principale fornitore dell’Italia per valore dell’import strategico, con una quota dell’11,3%, superiore alla media delle grandi economie europee. L’Italia risulta inoltre particolarmente dipendente da beni collegati all’energia alternativa, come il Gnl, forniti soprattutto da Algeria, Azerbaigian e Stati Uniti. L’indagine ha identificato 583 imprese direttamente importatrici di questi beni “foreign-dependent”: impiegano circa 175 mila addetti, generano 23 miliardi di valore aggiunto e 130 miliardi di fatturato. Il dato più forte è che l’economia italiana continua a crescere e a esportare, ma lo fa poggiandosi su una base di approvvigionamento ancora molto esposta agli shock. In caso di nuove crisi internazionali, il problema non sarebbe solo il costo, ma la disponibilità stessa di materiali e componenti decisivi. È una questione che tocca politica industriale, diversificazione delle forniture e capacità del Paese di ridurre le dipendenze più rischiose. Per i cittadini calabresi questa notizia interessa perché quando le filiere si indeboliscono, gli effetti arrivano anche dove la manifattura è meno concentrata ma il costo delle crisi pesa di più. Energia, trasporti, prezzi e attività produttive locali dipendono tutti da un sistema economico nazionale che non può permettersi approvvigionamenti troppo fragili. Ecco perché questa non è una storia da addetti ai lavori: è un problema che, prima o poi, arriva fino ai territori.

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Redazione 2

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