Mattarella riporta Amendola al centro: il liberalismo che pagò di persona torna a interrogare l’Italia
Nel centenario della morte di Giovanni Amendola, il Presidente della Repubblica ne richiama il ruolo di argine contro l’involuzione autoritaria. È un intervento che parla al presente più di quanto sembri.
Ci sono figure che la storia ricorda in modo intermittente e altre che tornano necessarie quando il presente comincia a somigliarle troppo. Giovanni Amendola appartiene alla seconda categoria. Il richiamo del Presidente della Repubblica nel centenario della sua morte non è soltanto un atto di memoria istituzionale: è un modo per riportare al centro una tradizione politica fatta di rigore liberale, difesa del Parlamento e rifiuto della violenza come linguaggio della vita pubblica. Amendola fu tra i più importanti oppositori dell’autoritarismo nascente nell’Italia degli anni Venti e pagò personalmente quella scelta. Ricordarlo oggi non significa compiere un gesto puramente celebrativo, ma riaffermare che la democrazia non si regge da sola: ha bisogno di culture politiche capaci di opporsi alla forza, alla sopraffazione e alla semplificazione del potere. È in questo senso che il messaggio assume un valore che parla anche al presente. Nel suo intervento, Sergio Mattarella ha ricordato Giovanni Amendola come uno dei più prestigiosi esponenti che seppero opporsi all’involuzione autoritaria delle istituzioni, pagando di persona per questa scelta. Il Presidente ha richiamato la sua idea esigente di liberalismo, fondata sulla difesa del Parlamento, sulla divisione dei poteri e sull’avversione a ogni forma di violenza politica, definita nemica del libero esprimersi della volontà popolare. Il riferimento arriva nel centenario della morte di Amendola, avvenuta in Francia per le conseguenze dell’agguato di sicari fascisti. Il significato dell’intervento non è archivistico. In una fase in cui il linguaggio pubblico si polarizza facilmente e la forza torna a essere esibita come scorciatoia, richiamare la lezione di Amendola equivale a fissare un confine. Non è una presa di posizione episodica, ma una riaffermazione di principi costituzionali nel momento in cui questi rischiano più spesso di essere dati per scontati. La notizia interessa i cittadini calabresi perché nei territori dove la sfiducia nelle istituzioni è spesso più alta, ricordare che la democrazia vive di regole, equilibrio dei poteri e rifiuto della violenza non è una lezione teorica. È un richiamo concreto a ciò che tiene insieme una comunità politica senza lasciarla scivolare nel cinismo o nell’arbitrio.
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Redazione 2
