Minori alla sbarra, cambia la giustizia: «Ora la difesa dovrà provare l’immaturità»
La riforma del processo minorile presumerebbe la maturità degli ultraquattordicenni, trasferendo sulla difesa il difficile compito di dimostrare il contrario.
L’avvocata M. Claudia Conidi Ridola interviene sul disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri, destinato a modificare il processo penale minorile e ora atteso all’esame del Parlamento. La principale novità riguarda i ragazzi tra i quattordici e i diciotto anni, per i quali verrebbe introdotta una presunzione di capacità di intendere e di volere.
Secondo l’analisi, il nuovo criterio cambierebbe profondamente l’impostazione della giustizia minorile. Attualmente, la maturità dell’imputato viene valutata considerando personalità, condizioni familiari, percorso scolastico, ambiente sociale e sviluppo psicologico. Con la riforma, invece, spetterebbe di fatto alla difesa raccogliere consulenze, relazioni cliniche, valutazioni neuropsichiatriche e altri elementi capaci di dimostrare l’eventuale immaturità del ragazzo.
L’autrice evidenzia il rischio di una disparità economica tra le famiglie: quelle con maggiori risorse potrebbero sostenere consulenze specialistiche articolate, mentre quelle meno abbienti potrebbero incontrare difficoltà, nonostante il patrocinio a spese dello Stato. Una simile situazione solleverebbe interrogativi rispetto ai principi costituzionali di uguaglianza e diritto alla difesa.
Vengono richiamate anche le acquisizioni della psicologia e delle neuroscienze, secondo cui lo sviluppo adolescenziale non può essere considerato automaticamente completo. La riforma, conclude Conidi Ridola, rischierebbe di privilegiare repressione e automatismi giuridici rispetto alla valutazione individuale, alla prevenzione, al recupero e alla funzione educativa propria del processo minorile.
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Redazione 2