’Ndrangheta, pressioni sul collaboratore di giustizia: la Procura chiede tre condanne
Chieste tre condanne nel processo sulle presunte pressioni esercitate per interrompere la collaborazione con la giustizia di Emanuele Mancuso. Sentenza attesa il 30 ottobre 2026.

Tre richieste di condanna sono state formulate davanti alla Corte d’Appello nell’ambito del processo nato dall’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro sulle presunte pressioni esercitate nei confronti del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso. Secondo l’impostazione accusatoria, l’obiettivo sarebbe stato quello di indurlo a interrompere la collaborazione avviata il 18 giugno 2018 e ad abbandonare il programma di protezione, dal quale uscì il 20 maggio 2019.
Il sostituto procuratore Raffaella Sforza ha chiesto una condanna a cinque anni e due mesi per Giuseppe Mancuso, fratello del collaboratore, accusato di detenzione illegale di armi con l’aggravante delle finalità mafiose. Per Pantaleone Mancuso e Giovanna Del Vecchio, rispettivamente padre e madre di Emanuele, sono stati invece richiesti due anni di reclusione ciascuno. I due erano stati precedentemente condannati a un anno e quattro mesi, prima dell’annullamento con rinvio disposto dalla Corte di Cassazione.
Emanuele Mancuso si è costituito parte civile, assistito dall’avvocata Antonia Nicolini, nel procedimento contro i propri familiari. Dopo una prima interruzione, ha ripreso a collaborare con la giustizia, diventando il primo collaboratore proveniente dall’interno della famiglia Mancuso, storicamente radicata nel territorio vibonese. La decisione della Corte d’Appello è prevista per il 30 ottobre 2026. Gli imputati restano non colpevoli fino a un’eventuale sentenza definitiva.
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Redazione 2

