Case di comunità, il PNRR corre ma la sanità territoriale arranca: solo il 4% è davvero operativo
La riforma che doveva avvicinare la medicina ai cittadini è ancora lontana dal traguardo. Il monitoraggio più recente mostra che le Case di comunità pienamente funzionanti sono pochissime, con forti squilibri territoriali e una corsa contro il tempo sempre più evidente.
La sanità territoriale doveva essere una delle grandi promesse del dopo-pandemia: cure più vicine alle persone, meno pressione sugli ospedali, più prevenzione e assistenza continuativa nei quartieri e nei comuni. Oggi però quella promessa mostra un ritardo difficile da ignorare. Il nuovo monitoraggio sulle Case di comunità racconta infatti una realtà molto più lenta del previsto, proprio mentre si avvicinano le scadenze decisive del PNRR. Le Case di comunità sono uno dei pilastri della riforma della medicina territoriale: dovrebbero concentrare servizi sanitari di prossimità, medici, infermieri e funzioni integrate capaci di alleggerire il ricorso improprio agli ospedali. Il problema è che tra progettazione, cantieri, personale e attivazione effettiva delle funzioni, il passaggio dalla carta alla realtà si sta rivelando più complicato del previsto. E quando il cronoprogramma rallenta, il rischio è che l’innovazione resti incompleta proprio dove servirebbe di più. Il monitoraggio dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali fotografa una situazione netta: al 31 dicembre 2025, delle 1.715 Case di comunità da mettere a regime entro il 2026, appena 66 risultano pienamente operative, cioè con tutti i servizi previsti e la completa dotazione di personale medico e infermieristico. È circa il 4% del totale. Le strutture con almeno un servizio attivo sono 781, mentre 265 si collocano in una fascia intermedia con almeno cinque servizi già avviati. L’analisi segnala inoltre forti squilibri territoriali, con la maggiore concentrazione delle strutture pienamente funzionanti nel Nord Italia. Questo dato pesa perché misura la distanza tra l’idea di una nuova sanità di prossimità e la sua effettiva realizzazione. Se le Case di comunità restano incomplete o sotto-organico, continua a gravare sugli ospedali una domanda che avrebbe dovuto essere intercettata prima e meglio sul territorio. E in questo scenario il tempo diventa un fattore decisivo: più si accumulano ritardi, più si complica la possibilità di arrivare alle scadenze con strutture davvero utili e non solo formalmente esistenti. Per i cittadini calabresi questa notizia è centrale perché la medicina territoriale, in una regione segnata da distanze, carenze organizzative e ricorso frequente agli ospedali, può fare la differenza tra un’assistenza accessibile e un percorso a ostacoli. Se il modello delle Case di comunità rallenta a livello nazionale, il rischio per territori già fragili è ancora più alto. Ed è per questo che questa non è una notizia da addetti ai lavori, ma una questione che riguarda la vita concreta delle famiglie.
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Redazione 2


