Dipendenti pubblici e massoneria, la Cassazione detta nuove regole
La pronuncia nasce da un caso che coinvolge l’Agenzia delle Entrate di Cosenza: la causa dovrà ora tornare davanti alla Corte d’Appello di Catanzaro

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza numero 24875 del 2026 pubblicata il 31 agosto, ha stabilito che un dipendente pubblico deve comunicare all’amministrazione la propria appartenenza ad associazioni i cui interessi possano interferire con l’attività dell’ufficio, anche quando non sia stato ancora accertato un conflitto di interessi concreto. La decisione riguarda una controversia nata a Cosenza e arrivata davanti alla Corte d’Appello di Catanzaro, dopo il ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate.
La vicenda nata a Cosenza
Al centro del procedimento c'è un dipendente della Direzione provinciale dell’Agenzia delle Entrate di Cosenza, al quale era stata contestata la mancata comunicazione dell’incarico di rappresentante legale ricoperto in due associazioni massoniche riconducibili al Grande Oriente d’Italia.
Nel luglio 2021 l’Agenzia aveva disposto una sospensione dal servizio di trenta giorni. Il Tribunale di Cosenza aveva riconosciuto l’illecito, ritenendo però eccessiva la sanzione e riducendola a una multa equivalente a tre ore di retribuzione.
Successivamente la Corte d’Appello di Catanzaro aveva annullato la misura disciplinare. Secondo i giudici di secondo grado, non erano state indicate circostanze concrete capaci di dimostrare un’interferenza effettiva tra l’appartenenza associativa e l’attività lavorativa.
La decisione della Suprema Corte
La Cassazione ha adottato una diversa interpretazione dell’obbligo previsto dalla normativa sul comportamento dei dipendenti pubblici. La comunicazione, secondo i giudici, ha una funzione preventiva: consente all’amministrazione di conoscere le situazioni potenzialmente rilevanti e di effettuare le proprie valutazioni prima che si verifichi un conflitto concreto.
La Suprema Corte ha quindi accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate e annullato con rinvio la sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro.
La pronuncia, tuttavia, non conferma definitivamente la sospensione di trenta giorni. Sarà il giudice del rinvio, in diversa composizione, a riesaminare la controversia applicando i principi indicati dalla Cassazione.
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Redazione 4


