Dopo un tumore, il “nemico invisibile” nel piatto: troppi ultra-processati legati a più mortalità
Uno studio segnala che, tra chi ha già una diagnosi di tumore, un consumo elevato di alimenti ultra-processati è associato a un aumento della mortalità. Un dato che riaccende l’attenzione su prevenzione e stili di vita “dopo” le cure.

Non conta solo curare: conta anche cosa succede dopo. Un nuovo lavoro scientifico mette sotto i riflettori il ruolo dell’alimentazione post-diagnosi e, in particolare, il peso dei cibi ultra-processati.
Negli ultimi anni la ricerca ha collegato la qualità della dieta a esiti di salute diversi. Nei pazienti oncologici, però, molti studi si sono concentrati su singoli nutrienti. Qui il focus è diverso: non “quanto” si mangia, ma “quanto è trasformato” ciò che finisce nel piatto. Lo studio riportato evidenzia che, tra persone con diagnosi di tumore, chi consuma quantità elevate di alimenti ultra-processati presenta un aumento della mortalità sia specifica per patologia oncologica sia per tutte le cause, rispetto a chi segue un’alimentazione più salutare. Viene citata l’esigenza di considerare il grado di trasformazione degli alimenti come variabile centrale, oltre alla composizione nutrizionale. Il tema spinge verso linee di prevenzione secondaria più concrete: educazione alimentare, counseling nutrizionale integrato nei percorsi di follow-up e indicazioni pratiche per ridurre ultra-processati senza creare allarmismi. In Calabria, dove molte famiglie convivono con migrazione sanitaria e percorsi di controllo lunghi, indicazioni chiare su alimentazione e stili di vita possono tradursi in salute e risparmio: meno complicanze significa meno visite, meno spese e più qualità di vita.
Written by
BRUTTO ALESSANDRO


