Endometriosi, il dolore invisibile torna al centro: tre milioni di donne coinvolte e anni persi prima della diagnosi
La malattia continua a colpire in silenzio, spesso senza essere riconosciuta in tempo. Il dato più duro resta il ritardo diagnostico: in media passano oltre sette anni dai primi segnali alla diagnosi, con effetti pesanti sulla vita, sul lavoro e sulla fertilità.

Ci sono malattie che fanno rumore nei reparti e altre che consumano in silenzio la vita quotidiana di chi ne soffre. L’endometriosi appartiene alla seconda categoria. È una patologia cronica, spesso invalidante, che continua a essere sottovalutata proprio mentre colpisce milioni di donne e compromette studio, lavoro, relazioni e progettualità personale. La sua forza più ingiusta sta nel ritardo con cui viene riconosciuta: troppo dolore, per troppo tempo, viene ancora normalizzato. Alla vigilia della Giornata mondiale dedicata alla malattia, il quadro che emerge è netto. In Italia le donne colpite sono circa tre milioni e la patologia interessa il 10-15% delle donne in età fertile. Si tratta della crescita, fuori dall’utero, di tessuto simile all’endometrio, con possibili localizzazioni su ovaie, tube, intestino, vagina e vescica. Questo processo può provocare infiammazione, aderenze, dolore persistente e in alcuni casi infertilità. Il dato che colpisce di più resta la diagnosi tardiva: mediamente passano più di sette anni dalla comparsa dei primi sintomi all’identificazione della malattia. I sintomi possono includere dolore molto intenso, irregolarità del ciclo, gonfiore addominale e difficoltà di concepimento, segnalate nel 35% dei casi. Una analisi universitaria richiamata nel quadro diffuso oggi indica inoltre che fino a una donna su quattro vede compromessi in parte studio e lavoro. Intanto proseguono campagne di sensibilizzazione in decine di città e una ricerca genetica multicentrica ha già reclutato oltre 1.600 pazienti per studiare i fattori predisponenti. La battaglia sull’endometriosi si gioca oggi su tre fronti: riconoscimento precoce, formazione dei medici e rafforzamento della ricerca. I fondi raccolti dalle campagne in corso vengono destinati anche a corsi per medici, ecografisti e ginecologi, proprio per ridurre il divario tra sintomi e diagnosi. È un passaggio decisivo, perché la malattia non pesa solo sul piano clinico ma anche su quello sociale: più tardi arriva la diagnosi, più a lungo si prolunga una sofferenza spesso non creduta. Per i cittadini calabresi questa notizia è importante perché parla di salute femminile, accesso alle cure e divari territoriali. Nel quadro diffuso oggi viene sottolineato che al Sud la distanza tra i primi sintomi e la diagnosi resta ancora più pesante. Questo significa che la questione riguarda direttamente la Calabria: non come tema astratto, ma come bisogno concreto di ascolto, formazione specialistica e presa in carico più rapida per migliaia di donne.
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Redazione 2

