La Nato chiude il conto aperto da dodici anni: tutti al 2%, e l’Italia aggancia la soglia
Per la prima volta tutti gli alleati risultano al livello minimo di spesa militare fissato dall’Alleanza. L’Italia sale al 2,01% del Pil, ma il traguardo arriva dentro un clima nervoso, segnato anche dalle tensioni sul dossier Iran.
Per anni è stato l’obiettivo evocato in ogni vertice e mancato in quasi ogni consuntivo. Oggi, invece, la Nato certifica un cambio di fase: tutti gli alleati, secondo le stime preliminari relative al 2025, hanno raggiunto il 2% del Pil in spesa per la difesa. È un risultato simbolico e politico insieme, perché chiude una lunga stagione di ritardi e apre un’altra, in cui il tema non è più se spendere di più, ma come reggere il prezzo strategico della nuova corsa alla sicurezza. L’obiettivo del 2% era stato fissato nel 2014 al vertice del Galles, ma per oltre un decennio è rimasto una soglia disattesa da molti Paesi europei. La pressione americana, la guerra in Europa e l’allargamento della percezione del rischio hanno cambiato il quadro. Nel frattempo, però, la discussione sull’Alleanza non si svolge in un clima sereno: al raggiungimento del target si accompagna un malumore crescente per la gestione politica del rapporto con Washington e per le tensioni legate all’Iran. Secondo il rapporto annuale della Nato, l’Italia ha raggiunto nel 2025 il 2,01% del Pil in spesa per la difesa, in netto aumento rispetto all’1,52% del 2024. La media di Europa e Canada sale al 2,33%, mentre quella complessiva dell’Alleanza arriva al 2,77%. Nel complesso, Europa e Canada hanno incrementato la spesa di 94 miliardi di dollari in dodici mesi. Nello stesso contesto, il segretario generale Mark Rutte ha celebrato il 2025 come un anno di svolta, ma attorno alle sue posizioni sul conflitto con l’Iran sono emersi malumori diplomatici, con alcune capitali europee irritate per il sostegno percepito come eccessivo alla linea statunitense. La soglia del 2% non chiude la discussione, la sposta. Da ora in avanti il dibattito riguarderà l’impatto sui bilanci pubblici, sulle priorità nazionali e sulla capacità dell’Europa di non restare schiacciata tra riarmo, crisi energetiche e dipendenza strategica dagli Stati Uniti. Il traguardo, insomma, è già diventato un nuovo punto di partenza. Per i cittadini calabresi la notizia è rilevante perché ogni grande riallocazione di risorse pubbliche tocca anche il dibattito su investimenti, servizi e priorità territoriali. Quando l’Europa e l’Italia spendono di più in difesa, la domanda che arriva anche dal Sud è inevitabile: quali margini restano per infrastrutture, sanità, sviluppo e coesione sociale? È qui che una notizia internazionale diventa improvvisamente locale.
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Redazione 2
