L’Aquila non smette di contare i suoi assenti: il 6 aprile resta una ferita che il tempo non ha chiuso
Diciassette anni dopo il terremoto dell’Aquila, la commemorazione torna a riportare il Paese davanti a una verità scomoda: alcune ferite collettive non si archiviano, si abitano. Il ricordo delle 309 vittime resta un test civile prima ancora che memoriale.
Ci sono date che non passano mai davvero. Il 6 aprile è una di queste. All’Aquila, diciassette anni dopo la notte che spezzò 309 vite e cambiò il volto di una città, il tempo non si misura in anniversari ma in memoria viva. La commemorazione di oggi non è stata soltanto un rito: è stata la conferma che il terremoto continua a esistere nella coscienza pubblica italiana come una ferita che non si lascia ridurre a cerimonia. Il terremoto del 2009 ha rappresentato uno spartiacque nazionale. Non solo per la devastazione fisica, ma perché ha imposto all’Italia una domanda ancora attuale su prevenzione, ricostruzione, sicurezza e rapporto tra Stato e territorio. Ogni anniversario rimette in fila le stesse questioni: quanto è stato imparato davvero, e quanto invece resta sospeso tra dolore e promesse. Nella sera di Pasqua, all’Aquila, la commemorazione del 17° anniversario si è aperta con un fascio di luce azzurra che si è alzato da Palazzo Margherita, sede del Comune. All’Emiciclo il silenzio è stato accompagnato dalla Sarabanda di Haendel eseguita dai Solisti Aquilani. Le istituzioni hanno ricordato le 309 persone morte la notte del 6 aprile 2009, sottolineando che quella ferita resta aperta nel cuore del Paese. Il punto più importante non è solo il ricordo dei morti, ma il significato che quella memoria continua ad avere nel presente. L’Aquila è diventata negli anni una misura della capacità italiana di affrontare la fragilità del territorio senza ridurre tutto all’emergenza del momento. Ogni volta che torna il 6 aprile, torna anche il giudizio su ciò che il Paese ha fatto — o non ha fatto — per non ripetere gli stessi errori. Questa notizia interessa i cittadini calabresi perché la Calabria conosce bene il peso del rischio sismico, della vulnerabilità infrastrutturale e del rapporto difficile tra territorio e prevenzione. L’Aquila non è solo una città da ricordare: è uno specchio in cui anche il Sud continua a vedere le proprie paure, le proprie fragilità e la necessità di non aspettare la prossima tragedia per parlare di sicurezza.
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Redazione 2
