Nel Dna dei sardi la traccia di una vecchia battaglia: scoperto il gene che frena la malaria
Uno studio italiano pubblicato oggi individua una variante genetica diffusa in Sardegna capace di ostacolare il parassita della malaria. La scoperta non guarda solo al passato: apre la strada a nuovi farmaci ispirati ai meccanismi di difesa costruiti dall’evoluzione.
A volte la medicina del futuro comincia da una domanda antica: perché alcune popolazioni hanno resistito meglio a malattie che per secoli hanno segnato il territorio? La risposta, oggi, arriva da una scoperta che unisce genetica, storia ed evoluzione. Nel patrimonio biologico di molti sardi è stata individuata una variante capace di ostacolare la crescita del parassita responsabile della malaria. Per lungo tempo la malaria è stata una presenza reale anche nel Mediterraneo, Sardegna compresa. Le malattie endemiche, quando colpiscono per generazioni, possono lasciare impronte profonde nel Dna delle popolazioni esposte. È da questa intuizione che nasce una delle linee più affascinanti della ricerca contemporanea: studiare i meccanismi di difesa selezionati dall’evoluzione per trasformarli in strumenti terapeutici moderni. La ricerca pubblicata oggi sulla rivista Nature e guidata dall’Istituto di Ricerca Genetica e Biomedica del Cnr di Cagliari e dall’Università di Sassari ha individuato una variante genetica diffusa in Sardegna capace di ostacolare la crescita del parassita della malaria. Lo studio ha analizzato il Dna di circa 7.000 volontari coinvolti nel progetto di popolazione Sardinia, dedicato a comprendere in che modo il patrimonio genetico degli abitanti dell’isola influenzi la salute. Secondo i ricercatori, questa variante si sarebbe probabilmente evoluta proprio come meccanismo protettivo in un contesto in cui la malaria era stata per lungo tempo endemica. Il risultato viene considerato importante non solo per la conoscenza storica, ma anche perché suggerisce la possibilità di sviluppare nuovi farmaci capaci di imitare lo stesso meccanismo naturale di difesa. Il valore scientifico della scoperta è doppio. Da una parte conferma quanto l’evoluzione umana possa conservare soluzioni biologiche preziose; dall’altra offre una pista concreta per immaginare terapie ispirate a ciò che il corpo ha già imparato a fare da solo. È una ricerca di base, ma con un potenziale applicativo molto forte. Per i cittadini calabresi questa notizia interessa perché dimostra quanto la ricerca italiana possa produrre risultati di livello altissimo partendo da territori del Mezzogiorno e del Mediterraneo. E ricorda anche una verità spesso dimenticata: la scienza non è lontana dalla vita reale, perché da una scoperta genetica di oggi possono nascere le cure che domani cambiano la salute di tutti.
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Redazione 2
