Strage di Bologna, Meloni non pronuncia la parola “neofascista”: i familiari alzano la voce
A 46 anni dall’attentato che provocò 85 morti e oltre 200 feriti, la premier parla di terrorismo e di una “pagina buia”. Lambertini replica: «Le sentenze hanno fatto luce e accertato la matrice fascista».

BOLOGNA – Quarantasei anni dopo l’esplosione che devastò la stazione di Bologna, la memoria della strage torna ad accendere lo scontro politico. Al centro della polemica c’è il messaggio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha ricordato le vittime parlando di uno dei più feroci attacchi terroristici della storia italiana, senza però citare la matrice neofascista accertata dai processi.
La premier ha definito il 2 agosto 1980 una delle “pagine più buie” della storia nazionale, ricordando le 85 persone uccise e gli oltre 200 feriti. Ha inoltre ribadito l’impegno del Governo nella declassificazione e nel trasferimento degli atti sulle stragi all’Archivio centrale dello Stato. Nel comunicato ufficiale di Palazzo Chigi, tuttavia, la parola “neofascista” non compare.
Un’assenza che ha provocato la dura reazione dell’Associazione dei familiari delle vittime. Il presidente Paolo Lambertini aveva chiesto alla premier un atteggiamento «rigoroso e onesto» e il coraggio di riconoscere apertamente le responsabilità emerse nelle aule giudiziarie.
Secondo Lambertini, la strage non è più avvolta soltanto dall’oscurità: le sentenze hanno proiettato una “luce straordinaria”, ricostruendo la matrice neofascista dell’attentato e il ruolo dei depistaggi. Gli ultimi processi si sono conclusi con gli ergastoli definitivi per Gilberto Cavallini e Paolo Bellini.
Nelle parole di Lambertini c’è anche una ferita personale. Sua madre, Mirella Fornasari, aveva 36 anni e lavorava negli uffici della ristorazione situati sopra le sale d’attesa della stazione. Il suo corpo venne ritrovato soltanto nella notte.
Di tono diverso il messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha richiamato esplicitamente la “strategia neofascista del terrore” e il suo progetto di colpire i valori della libertà e della democrazia.
Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha invece parlato di una verità giudiziaria che ha individuato la matrice fascista, sottolineando contemporaneamente la necessità di continuare a cercare una verità completa.
Per i familiari, però, approfondire ciò che ancora manca non può significare rimettere in discussione quanto definitivamente accertato. Lambertini denuncia i tentativi di revisionismo e disinformazione e chiede alle istituzioni di partire proprio dalle sentenze per ricostruire ogni responsabilità, comprese quelle dei settori deviati dello Stato.
A 46 anni dalla strage, dunque, Bologna non chiede soltanto memoria. Chiede che la verità giudiziaria venga pronunciata senza omissioni e difesa da ogni tentativo di riscrittura.
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Redazione

